venerdì, 27 marzo 2009

LA VITA SEGRETA DELLE API

America del sud, estate del 1964. L’adolescente Lily Owens (Dakota Fanning) vive col padre T.Ray (Paul Bettany) e la tata Rosaleen (Jennifer Hudson) nel cuore assolato del South Carolina. Tra un’inginocchiata sulla farina d’avena e l’altra, riceve dal padre sferzate di astio incondizionato che le fanno pesare sempre di più l’assenza di un’amorevole figura materna accanto. Essendo orribilmente responsabile lei stessa, almeno in parte, di quest’incolmabile vuoto, scappa di casa assieme all’affezionata governante e finisce col macinare chilometri per approdare ad un luogo ricco di memoria altrui. La pittoresca casetta color “rosa caraibico” abitata dalla sorellanza apicoltrice di August, June e May Boatwright (Queen Latifah, Alicia Keys, Sophie Okonedo) è il nido accogliente nel quale la ragazzina ritroverà se stessa e un pizzico d’equilibrio... oltre alle risposte ad un mucchio di domande lacrimose delle quali spesso ci si chiede in sala il grado di plausibilità. Conflitti razziali e diritti civili si fanno mera scenografia: il resto, spiace dirlo, è purissimo Opra Winfrey Show.

Se “emotivo” è un puro eufemismo, ecco questo “Secret life of bees” ricalcare, oltre che il titolo, anche il tono didattico-carezzevole d’un sussidiario elementare. Il mucchio di drama più o meno soverchiante che s’accumula nell’arco della narrazione - una bambina di quattro anni che spara accidentalmente alla propria madre, uccidendola; un padre padrone privo delle più elementari affezioni umane; il suicidio di una mentalmente instabile; il massacro di un giovanissimo afroamericano reo d’aver diviso un cinemino con la coetanea bianco-latte - è diluito in dorate e appiccicose cucchiaiate di melassa, come fosse medicina troppo amara per un pubblico ritenuto d’intelligenza medio-bassa. Il cast stellare fa quel che può: la macchina da presa indugia innamorata su profili bronzei e occhioni parlanti, mentre la perlacea Dakota, ufficialmente una giovane promessa, regala l’ennesimo saggio dell’espressività dolente regalatale da un fato benigno.

Latifah è una rassicurante matrona dispensa-coccole, Keys l’affascinante e apparentemente arida attivista politica, Okonedo lo svagato e ipersensibile anello debole della catena; Bettany, per contro, digrigna i denti con piglio molto meno british del solito. Jennifer Hudson, che qui non sfocia le doti canore con cui trionfò a suo tempo in quel di American Idol (e, soprattutto, nel cinematografico “Dreamgirls”), conferma un’intensità non banale. Ma, figurine stereotipate a parte, rassicurante e mieloso (è il caso di dirlo) fino alle soglie della nausea, il film non riesce mai a liberarsi dal sapore fictional-televisivo in cui s’invischia sin dalle prime battute; a dirla tutta, pare non provarci neanche. Si crogiola invece in un continuo tentativo di rapinare a mano armata la lacrimuccia facile, rinunciando in partenza a fornire qualunque spunto di autentica riflessione. Riportiamo per mero dovere di cronaca che l’origine è novellistica (omonimo il romanzo a firma Sue Monk Kidd). Quanto all’esito, beh, non dimenticate lo spazzolino: troppo zucchero, si sa, caria i denti.

 

 

pubblicato su: FilmUp.com
raccontato da: d0mItI11a alle 21:00 | link | commenti
categorie: recensione cinematografica

PUSH

Che farà davvero nella vita il protagonista Nick, interpretato su questi schermi da Chris “Torcia Umana” Evans? Barare a dadi contro i poveracci di Hong Kong, per quanta telecinesi un sensitivo possa utilizzare, è un trucchetto che non garantisce affatto sicuri mezzi di sostentamento. Ma a questo e ad altri quesiti d’ordine eminentemente pratico “Push” tende a non rispondere mai. Presupposto, premessa e nucleo fondante della pellicola diretta da Paul McGuigan (“Wicker park”, “Slevin”), infatti, è il patto stretto con gli spettatori: di superpoteri si tratta, ergo il compromesso su cui si basa l’intera struttura narrativa è quello con le leggi paranormali di un mondo solo esteticamente affine al nostro.

Gli aspetti più ordinari e materiali del quotidiano sfuggono completamente al novero: ciò che conta è che, nel raccontare dell’oscura agenzia governativa Division e dei suoi piani per fare esperimenti su medium di varia abilità, l’adrenalina e il fashionism non calino mai sotto una certa soglia. Avete presente il serial “Heroes"? Ecco, siamo da quelle parti là. Ecco allora mostrarcisi un’inedita Dakota Fanning adolescente, fuxia-crinita e persino ubriaca – Cassie, veggente - accanto ad un altrettanto insolito Djimon Honsou (ebbene sì, il due volte candidato all’Oscar) nei panni del perfido kattivone telepate Carver. Fascinosa e sfuggente al tempo stesso è invece Camilla Belle alias Kira, misteriosa ribelle in fuga nonché chiave del bandolo che per buona parte del film resterà insoluto dinanzi agli occhi perplessi degli astanti.

Target di riferimento resta senza dubbio una teen-platea: ma, senza svelare troppo della complessa trama (che rende comunque piacevole l’intreccio al pari di un qualsiasi fanta-thriller più “adulto”), notiamo che qui l’innocuo carrozzone d’intrattenimento non si sfalda per la via, la tenuta della vicenda è dignitosa e il mite humour che affiora qui e là rende le due orette scarse di visione più scorrevoli del previsto. “Non mandiamo alcun messaggio profondo”, ha osservato in merito Evans. “Questo è un film di puro entertainment. C’è una grande sceneggiatura, molta azione e bei personaggi, perciò è davvero divertente!”. E che possiamo aggiungere noi? Evviva la modestia. Attenzione, però: minacciasi sequel. Qualcuno ce ne scampi.

raccontato da: d0mItI11a alle 20:57 | link | commenti
categorie: recensione cinematografica

RACCONTI INCANTATI

C’è bisogno di uno così. Di un colosso bonaccione e autoironico, un po’ Shrek un po’ gigante buono, che conduca per mano i ragazzini dalla poltroncina in platea al regno di ridarella scomposta, sirene e cavalieri chiamato Fantasia: e che, secondo i loro personalissimi tempi comici, li assecondi e li convinca in prima battuta. Si chiama Sandler, Adam Sandler: e il suo nome è sempre una garanzia. Di flatulenza spiccia, innanzitutto: ma anche, e questo glielo dobbiamo, di grasse risate scacciapensieri fatte di gag fisiche e smorfie alla Goofy che non riescono a non contagiare anche i maggiorenni in sala. La Disney, quindi, risponde all’orco verde made in Dreamworks con un  buffone grande e grosso in carne e ossa: le dinamiche infantili prevalgono sul cinismo disincantato, ma l’effetto complessivo soddisfa senza dubbio e lascia il tintinnio di un campanellino d’argento incastrato in fondo alle orecchie. Merito di Pallocchio, senza dubbio. Criceti macroftalmici a parte (si sa, la casa madre di Topolino non può non strappare gemiti di tenerezza a suon d’occhioni stellati di dimensioni improponibili), però, il perno del film è proprio Adam: qui veste i panni di Skeeter, tuttofare in un hotel extralusso, sistematicamente sottovalutato da chi continua a preferirgli un leccatissimo e untuoso potenziale direttore d’albergo nonostante la lena e la buona volontà del nostro protagonista. I nipotini Patrick e Bobby, 8 e 5 anni, gli piomberanno tra capo e collo senza gran preavviso: doverli intrattenere in orario serale darà all’ora delle fiabe della buonanotte un sapore tutto nuovo - esilarante, visionario, magico. Ecco la realtà grigia e triste lasciarsi contagiare dalla polvere di stelle evocata dai bimbi senza ragioni apparenti: e, tra donzelle in difficoltà ed epopee western, riunioni galattiche e piogge di chewingum, il baby-spettatore avrà modo di gustare una cronistoria dei generi in pillole che non potrà non deliziarne il palato a forza di filtri moderni e buoni sentimenti. “Il sogno realtà diverrà”: la morale è dietro l’angolo, le scorrettezze degli adulti pure. Speriamo solo che la linfa stagionata ma frizzante di questo discreto prodotto per miniumani incoraggi i cresciutelli a tornare a raccontare favole. Sembra essercene tanto bisogno: il pubblico è già rovente, su.

raccontato da: d0mItI11a alle 20:55 | link | commenti
categorie: recensione cinematografica
giovedì, 19 marzo 2009

LE AVVENTURE DEL TOPINO DESPEREAUX

Benvenuti a Dor. Nel regno del sovrano più triste del mondo “il Giorno della Zuppa era più bello di quello di Natale”; eppure, dopo la tragi(comi)ca morte della regina, nulla pare poter rimuovere la cappa di nuvole nere e disperazione che grava funebre sul cielo di queste terre e su tutti i loro abitanti. La Principessa Pea, chiara e sottile come una lacrima, osserva malinconica il mondo plumbeo dietro la sua finestra e sogna, desidera, non cessa di sperare (“le mancano la zuppa, la pioggia, l’estate - e le rivorrebbe indietro”); il reietto ratto Roscuro ingoia bile e sensi di colpa nelle devastate strade fognarie del Mondo dei Ratti; il cuoco André sonnecchia in cucina, sognando l’età dorata in cui il profumo degli ortaggi e delle spezie sul fuoco inondava le strade, quando il suo assistente magico Boldo, meraviglioso trionfo arcimboldiano, gli suggeriva manicaretti sfottendolo anche un po’. Un’irrimediabile depressione è il sudario che ammanta oggi quelle viuzze polverose; Mig, guardiana di porci e servetta reale, si strugge nell’invidia; Gregory cerca il perduto bene e intanto fa la guardia alle segrete del palazzo, spettrale luogo di vuoto orrore. Serve un eroe, dunque: e una nobile impresa da compiere. Motore del mondo, l’amore: ma anche la cavalleria, il coraggio, l’onore e il supremo valore del perdono.

“Un eroe non compare finché il mondo non ha davvero bisogno di lui”: e la minuscola delizia orecchiuta rispondente al nome di Despereaux Tilling non fa eccezione. Topino coraggioso in un mondo di topini codardi, il suo destino di archetipico fuoricasta è già scritto nel modo in cui tiene spalancati gli occhioni appena venuto al mondo: dalla culla osserva senza alcun timore genitori e parenti, forte delle sue gigantesche orecchie e dell’insaziabile curiosità un po’ imprudente con cui affronta la prima grande avventura e tutte quelle che seguiranno. Kate DiCamillo gli ha dato vita su carta nel 2003, popolando i sogni di milioni di piccoli lettori; i registi Sam Fell e Rob Stevenhagen (che già hanno messo lo zampino in lavori eccellenti come “Giù per il tubo” e “Wallace&Gromit: La maledizione del coniglio mannaro”) lo hanno portato su pellicola con risultati stupefacenti.

Il doppiaggio originale del film lascia a bocca aperta: il cast stellare che vi si è dedicato (da Matthew Broderick a Emma ‘Hermione’ Watson, da Stanley Tucci a Kevin Kline, da Dustin Hoffman a Sigourney Weaver) riflette con precisione l’impegno minuzioso-premuroso che ha mosso l’intera produzione nei confronti di ogni dettaglio di questo gioiellino coi baffi. “Le avventure del topino Despereaux” sono infatti dipinte con cura ed estro, abitano da qualche parte tra l’acquerello fiabesco e la suggestione fiamminga e sono frutto del lavoro di straordinari professionisti al servizio della storia. Cercate un pretesto qualsiasi per correre in sala - figli, nipotini, cuginetti - oppure scovate la faccia tosta per andarci da soli, insomma: ne vale davvero la pena. E ripetete con noi: lunga vita alla zuppa!

 

pubblicato su: Cineforme.it
raccontato da: d0mItI11a alle 19:05 | link | commenti
categorie: recensione cinematografica

DIVERSO DA CHI?

Piero era gay, adesso sta con lei. Ma poi torna a stare con lui. E alla fine, già che c’è... Beh, contrariamente a quanto potrebbe parervi l’audacia della trama non è il punto di forza principe del lungometraggio primo di Umberto Carteni. Nonostante la dirompente novità del messaggio (AAA: gli omosessuali non mangiano i bambini, l’orientamento sessuale non è infettivo, i dogmi sono ridicoli) quel che colpisce davvero qui è l’arguzia dello script. Dialoghi immuni all’ipocrisia, qualche risata intelligente, una manciata di one-liners più onesti che furbi. E un buon cast. Vi pare poco? Pensate a Iago, allora, e diverrà moltissimo.

Per chi non se ne fosse accorto, in Banana Republic tira un’aria pessima. La politica è clientelare e vuota di valori più del solito. E poi, “qui dal ’48 si vince solo con tre parole d’ordine: centro, centro, centro”. Questo è il quadro di riferimento in cui collochiamo il signor Bonutti (Luca Argentero), pacato e trendy omo-militante, rassicurante e un po’ noioso, nonché “fidanzato in casa” col buon Remo (Filippo Nigro), donnino di casa e cucina; c’è poi la signora Ferri (Claudia Gerini), “estremista di centro” contraria persino al divorzio ma reduce da una bruttissima separazione. Oscuri magheggi partitici (eccellenti i comprimari Catania, Cederna, Pannofino) e un provvidenziale coccolone capitato al capolista collocheranno Piero e Adele l’uno accanto all’altra come potenziali e sinistrorsi sindaco e vicesindaco in occasione della candidatura triestina: il resto è un po’ Ozpetek-con-brio, un po’ Cenerentola - c’è persino una decolleté perduta, restituita, calzata. La (annunciatissima?) sorpresa finale, comunque, non abbiamo alcuna voglia di rovinarvela.

Bonifacci spergiura: ha scritto il soggetto anni fa. Dotato di poteri precog, dunque, ha costruito un congegno ad orologeria sostanzialmente efficace: ma gli ingranaggi stridono qui e là, laddove a forza di puntare sull’originalità ad ogni costo si è caduti in più ampi cliché e in tranquillizzanti museruole. Il ribaltamento di ruoli, preconcetti e ambasce su cui Diverso da chi? gioca a fondarsi è sì un meccanismo efficacemente farsesco; l’impressione invincibile allo scorrere dei titoli di coda, però, è che la deriva buonista in cui ci si è affrettati a guidare i personaggi per non terrorizzare oltremodo l’uditorio benpensante abbia eccessivamente sbilanciato l’economia della vicenda, guidando su binari decisamente rosa un degno spunto sociopolitico e mordace che avrebbe reso al meglio se portato fino in fondo con coraggio. Non che questa virtù manchi del tutto al finalino, sia chiaro: è solo che, abitando un consolatorio contesto addomesticato, si finisce col confondere ulteriormente le idee e sprofondare nella (ahinoi) mera fantascienza. Ben venga, anyway.

 

pubblicato su: ZabriskiePoint.net

raccontato da: d0mItI11a alle 16:09 | link | commenti
categorie: recensione cinematografica

TEATRO COMICO

Fino al 22 marzo va in scena al teatro Ghione di Roma la meta-commedia goldoniana “Il teatro comico”, che della rivoluzione culturale auspicata dall’autore veneziano fu sorta d’ironico manifesto allestito subito prima di regalare al mondo le sue sedici “commedie nuove”.

Laguna, anno domini 1750: il celebre commediografo si accingeva a stupire il suo affezionato pubblico con un modo completamente differente d’intendere il teatro e una franca presa di posizione nei confronti della tradizione secentesca. Ecco allora quella che ha considerato una “prefazione alle altre commedie”, il “Teatro comico” appunto, nella quale la compagnia di cui Goldoni fu realmente drammaturgo stabile per almeno cinque anni discute, chiosa e ironizza in merito all’evoluzione del mestiere d’attore, ai propri vizi peculiari e alle endemiche virtù - con uno sguardo disincantato verso il futuro e un gusto tutto moderno, peraltro. Ciò che più stupisce, assistendovi, è proprio l’attualità della rappresentazione: il capocomico Gerolamo Medebac e i suoi scanzonati colleghi ci presentano un backstage fitto di rimbrotti, motti, schermaglie affettuose e piccate - che sia il Settecento veneziano o una ben più recente sbirciata tra i camerini, l’effetto è ugualmente frizzante. Mentre i nostri tentano di dedicarsi alle prove della farsa “Il padre rivale del figlio”, dunque, verranno costantemente interrotti dai buffi soggetti tipicamente indotti a ruotare attorno alle assi polverose del palcoscenico per riempirsi la pancia: suggeritori annoiati, poetucoli da strapazzo, cantanti maldestre in cerca di onori sfilano quindi in buon ordine e chiassoso equilibrio tra le dismesse quinte teatrali durante un pomeriggio indolente fatto di battute imparate a metà e annosi bisticci. Ogni pretesto è buono per far dispensare ai personaggi  - che siano primedonne capricciose o “dottori” un po’ tronfi - chicche filosofico-programmatiche d’autore: eccoli allora incarnare di volta in volta il modello esemplare o il grottesco cattivo gusto, in una danza armoniosa che guarda alla commedia dell’arte e alla commedia di carattere come a due fasi transitorie di un processo verso il progresso inarrestabile nei gusti del pubblico nuovamente esigente.

Nato trecentodue anni fa, il Carlo veneziano rientra tra i Maestri che avranno sempre qualcosa da regalare alle platee: la chiave ironica e il registro pungente di cui è riuscito a farci dono, ancora una volta, sono felicemente impreziositi da questo efficace contenitore. Coprodotto dal Teatro Stabile di Bolzano e dalla Biennale di Venezia, l’allestimento diretto da Marco Bernardi s’avvale infatti di un ottimo cast: Patrizia Milani, Carlo Simoni, Alvise Battain e i loro colleghi dimostrano interamente la lieta esperienza accumulata con la peculiare drammaturgia dell’autore e ci guidano con grazia tra le parrucche candide e le marsine in velluto di un’epoca di mutamenti anticonvenzionali dei quali avremmo forse, nuovamente, tanto bisogno.

 

pubblicato su: TeatroTeatro.it

raccontato da: d0mItI11a alle 16:05 | link | commenti
categorie: recensione teatrale
mercoledì, 18 marzo 2009

LA MATASSA

Finalmente. Servivano due esuli zelighiani d.o.c. come Ficarra e Picone, beniamini del pubblico coloriti ma non troppo, per rimettere in carreggiata la deriva pecoreccia della commedia di casa nostra e offrire quantomeno una campana alternativa: eccoli allora, al loro secondo esperimento cinematografico dopo il fortunato “Il 7 e l’8”, allestire un onesto carrozzone un po’ naif e tanto sanamente buffo da intenerire la platea di ogni età. Protagonisti dell’intreccio, Gaetano e Paolo sono due catanesi imparentati tra loro: cugini di primo grado, hanno finito col perdere ogni nozione del loro legame familiare a causa della lite furibonda che divise i loro padri. Ecco la “matassa” del titolo: una questione annosa e complessa dal bandolo perduto, i cui fili finiscono col soffocare i rapporti tra soggetti del tutto estranei alla faccenda. Non sarebbe meglio tagliarli di netto, questi legacci astiosi? Conteso è un malinconico albergo in declino imbottito di passato e memorie color seppia; dietro l’angolo attendono invece di fare il loro ingresso in scena qualche truffa esilarante, i grotteschi vizi italici, addirittura Cosa Nostra e un tripudio di buoni sentimenti... Ma attenzione: chi temesse rigurgiti ipocriti di irritante “volemose bene” si tranquillizzi. Quella dei due comici siculi e della nutrita schiera d’ottimi caratteristi che ruotano attorno a loro è una prova riuscita, anche se perfettibile, di genuinità. Il veicolo allegro su cui scarrozza la vicenda ha il pregio di traghettare sullo schermo in modo non banale le meschinità umane e le umane virtù, la melma di terrore in cui gettano le richieste di pizzo e, al contempo, il coraggio necessario ad chiamarsene fuori. Certo, la strana coppia ricorda da vicino Paperino e Pippo; e con lo stesso fumettistico entusiasmo getta il cuore oltre l’ostacolo, spontanea e disarmante, allestendo un prodotto realmente a prova di bambino senza peccare di qualunquismo né di faciloneria. “La matassa” è insomma a tutti gli effetti un prodotto per il cinema vero e proprio - non una sequela pedissequa di sketch, non un allestimento teatrale dalle riprese monocordi - scritto, diretto e interpretato in modo più che degno da un paio di cartoon che hanno sbagliato vignetta. Per fortuna.

raccontato da: d0mItI11a alle 15:49 | link | commenti
categorie: recensione cinematografica

TWO LOVERS

Ma non aveva detto che avrebbe appeso la carriera al chiodo? Passata la trentina, Leonard (Joaquin Phoenix) torna nel cuore di Brooklyn, a casa dei suoi (Isabella Rossellini e Moni Moshonov), dopo un tracollo emotivo che l’ha portato a un passo dal suicidio. Pur tentando faticosamente di riportare la sua vita in equilibrio - con gli studi universitari di giurisprudenza abbandonati a un passo dal traguardo, lavora oggi nella lavanderia del padre e assume psicofarmaci per tenere a bada il proprio disturbo bipolare - l’uomo si destreggia tra un accenno d’autoironica ripresa e un salto nel fiume, così, senza saper riprendere realmente in mano le redini della propria esistenza. Saranno l’incontro combinato con Sandra (Vinessa Shaw) e quello casuale con Michelle (Gwyneth Paltrow), avvenuti in un’improbabile contemporaneità, a restituirgli il gusto per la vita e a rimetterne in discussione le attuali grigie fondamenta.

Segnando il ritorno di James Gray dietro la macchina da presa dopo “I padroni della notte”, questo “Two lovers” abbandona completamente il registro noir che il regista del gioiellino “Little Odessa” pareva prediligere. In realtà il conflitto che striscia sotto la superficie dello schermo è sempre lo stesso: quello tra i limiti imposti dalla comunità e gli aneliti libertari dell’individuo (pressoché) succube. Ma il risultato lascia l’amaro in bocca: più che di ricomparsa in grande stile, “Two lovers” sa di occasione sprecata. Evidentemente, infatti, il soggetto d’echi dostoevskijani (nelle intenzion dell’autore, pare, il saccheggio era ai danni de “Le notti bianche”) mal s’attaglia all’impalcatura che Gray e, con lui, il co-sceneggiatore Menello hanno ritenuto di poter erigere alle spalle dei pur intensi interpreti. Ecco allora Phoenix strafare parecchio, tutto dedito a ipercaratterizzare uno spostato vagamente nerd che si divide tra i cartellini della tintoria e l’hobby delle foto in bianco e nero, e due splendide controparti femminili che, ben poco verosimilmente, gli cascano ai piedi quasi all'istante. Diviso tra la brava ragazza ebrea già sorprendentemente cotta di lui (nonostante l’incontro tra i due sia pilotato dai rispettivi genitori) e la vicina bella e nevrotica che gli si rivolge per mero consiglio e conforto (invischiata com’è nell’affaire con un uomo sposato), il nostro reagirà all’amore come un adolescente in fase d’educazione sentimentale e subirà pressioni come un qualsiasi mediocre alle prese col compromesso sociale: le premesse di pseudo-schizofrenia, disturbi della personalità e bipolarismo andranno confusamente a farsi benedire, quindi. L’intreccio alla base di “Two lovers” è onesto, ma non particolarmente originale: ai grandi cliché melodrammatici si sono preferiti gli stereotipi a base più intima e raccolta - dovrebbero raccontare di adulti in crisi, però, non di quelli che paiono bamboccioni alla prima cotta. Pur sempre di comunissimi luoghi si tratta, insomma. Che barba, che noia.

 

pubblicato su: Cineforme.it

raccontato da: d0mItI11a alle 15:45 | link | commenti
categorie: recensione cinematografica
martedì, 10 marzo 2009

WATCHMEN

Chi controlla i controllori? A Zack Snyder sono servite quasi tre ore per tentare di rispondere all’annoso quesito e, nel frattempo, spalmare sugli schermi cinematografici del globo la misogina ucronìa fumettara che la penna di Alan Moore (quello di “V per Vendetta”, per capirci) ha ambientato in anni Ottanta nixonian-distopici. L’attesa in cui i fedelissimi della graphic novel si sono trastullati per anni termina oggi con un crudo, visivamente annichilente e gratuitamente ferino trionfo della computer grafica (“300” docet: non ce ne libereremo mai). Splendida la sequenza iniziale di titoli di testa cartolineschi, da mobile museo delle cere; confuso e inestricabile per chiunque sia men che aficionado, invece, è il racconto complessivo che lega i folkloristici Minutemen, gang di supereroi in pensione - quali Rorschach il sociopatico, Gufo Notturno il nerd, Spettro di Seta l’oggetto sessuale, Ozymandias il cervellone - e li vota alla rinascita forzata contro il misterioso assassino del Comico, repellente eroe di guerra compianto senza un vero perché.

La massa d’informazioni tarda a dipanarsi per un pubblico digiuno della saga storica, mentre il fanboy di turno non può non rabbrividire davanti all’orgia di slowmotion e puro splatter-gore che avvolgono il racconto in una melassa scura e appiccicosa. Tra le attillatissime, grottesche tutine in latex multicolor (eroi con la calzamaglia e senza...) e l’ultraviolenza compiaciuta (“Gli uomini si arrestano, i cani si abbattono” - poi giù di mannaia), chi s’aspettava tanta noia? Presuntuosa, intellettualoide e interminabile, la pellicola accumula nudi integrali d’una virile tonalità puffo e improbabili frangette tatangelesche. Su tutto, pugni al ralenti e litri di sangue innaffiano con prodigalità il costante dilemma che pare aver tormentato il regista: tradire o non tradire? Da un canto, dunque, traboccano dallo schermo con enfasi idolatra citazioni estetiche e letterali dell’originale; dall’altro avanza invece il pallido tentativo d’ingraziarsi anche la platea ignara, che è però tragicamente tramortita dal clamore di tante tragedie aliene fino a perdere il filo (e la pazienza) allo scoccare del novantesimo minuto. Un’unica infestante questione ci pare insoluta: chi ha rubato le mutande al Dr. Manhattan, e perché?

raccontato da: d0mItI11a alle 02:18 | link | commenti
categorie: recensione cinematografica
lunedì, 02 marzo 2009

BRIDE WARS - LA MIA MIGLIOR NEMICA

“Le nozze segnano il primo giorno del resto della vostra vita. Voi eravate morte, fino ad ora: ve ne rendevate conto? Siete morte anche adesso”. Così Marion St. Claire (Candice Bergen), rinomata wedding planner newyorkese, apostrofa il paio di nubende galvanizzate che inseguono a braccetto la cerimonia dei sogni sin dalla più tenera età: il giorno perfetto deve necessariamente avere luogo “a giugno, al Plaza”, come recita il mantra che la bionda, feroce avvocatessa Liv (Kate Hudson) e la mora, remissiva maestrina Emma (Anne Hathaway) si ripetono compulsivamente a vicenda da almeno dieci anni. Peccato che, davanti ad un disguido che le vorrebbe spose nello stesso giorno e alla stessa ora, l’amicizia che lega le ragazze da una vita vada a farsi friggere con estrema nonchalance: come da titolo originale (“Bride wars”), quindi, una vera e propria guerra avrà inizio. Ecco allora il mastodontico apparato dell’industria nuziale statunitense muoversi per mano delle agguerrite protagoniste, dall’orgoglio l’un contro l’altra armate e pronte a tutto pur di non cedere di un millimetro. La devastante crisi porterà alla luce, per accumulazione narrativa un po’ distratta, scheletri nell’armadio e insicurezze latenti accanto ad insospettabili bassezze, fino a capovolgere i ruoli in un tripudio di lealtà amicale cui nessuno, ma proprio nessuno crederebbe mai.

Il chick flick diretto da Gary Winick presenta il difetto endemico di molti prodotti analoghi - ma non del genere intero, e questa è l’aggravante: sta tutto nel trailer. Se infatti, seduti in sala in fiduciosa attesa di una qualsiasi proiezione, vi capitasse di assistere alla presentazione condensata di questa laccatissima produzione rosa confetto (è il caso di dirlo!), in un paio di minuti attraversereste l’intera trafila di stasi, lite, capelli bluastri e abbronzature sabotate che si perpetuano nella striminzita oretta e mezza di pellicola. Qui latita e langue, infatti, la verve tagliente che parrebbe doverosa in un racconto che fa di certo cinismo femminile premessa e conclusione: restano un pugno di lustrini e qualche bicchiere di champagne a testimoniare, non senza incongruenze, la completa permutabilità del maschio umano - persino nei pressi dell’altare. La leggerezza con cui si veicola il concetto lascia eufemisticamente perplessi; il brio di Hudson e Hathaway, invece, strappa il sorriso.

raccontato da: d0mItI11a alle 15:25 | link | commenti
categorie: recensione cinematografica

(chi era costei?)

Utente: d0mItI11a
Nome: Domitilla Pirro

dicunt:

in soffitta:

oggi
marzo 2009
febbraio 2009
--- 2008 ---
--- 2007 ---

Menu del giorno:

bando
recensione cinematografica
recensione teatrale
romefilmfest 2006
romefilmfest 2008
venezia 2007
venezia 2008

Toh!

blog-ammazzalavecchia
blog-cinemorto
blog-diarioteatrale
blog-xanadu
RadioLuiss
Teatroteatro
ZabriskiePoint

…typetypetype…

Vedi altri media

…e comunque…


The Hunger Site

Raccontate

addirittura *loading* storie